L'opinione

Le nostre Università Udine e Trieste: il mio pensiero

05.10.2010

L'europarlamentare e presidente della Commissione paritetica Giovanni Collino non retrocede di un millimetro dall'idea di un'unica università in Friuli Venezia Giulia. Non lo fermano gli stop arrivati dal suo stesso partito, il Pdl, e da diversi ambienti regionali. Collino non retrocede perché, come spiega, la sua convinzione è nata guardando agli asset competitivi del Friuli Venezia Giulia da Bruxelles (dove siede in parlamento) e pensando all'autonomia universitaria come nuova funzione che la Regione potrebbe portarsi a casa con il federalismo.

Collino, quando il Friuli lottò per avere l'Università lei da che parte stava?

«Ero un giovane militante della Federazione friulana dell'Msi, che quella battaglia l'ha fortemente sostenuta perché era giustamente vista come un'opportunità di riscatto culturale, politico e sociale del Friuli. Ho partecipato quindi alla nascita di quest'Università, che è un patrimonio di tutta questa terra e non è un torto per nessuno».

Così dà man forte a chi è rimasto doppiamente sorpreso che un'università unica venga caldeggiata da un politico friulano, di Gemona, come lei

«Sono friulano da infinite generazioni, amo la mia terra e la onoro con i miei comportamenti quotidiani. Il compito della politica, però, è innanzitutto quello di affrontare i temi non legati puramente all'oggi e al consenso diretto, ma in una visione strategica. Essendo anticipatori, possono non raccogliere il consenso della scadenza elettorale».

Non teme quindi di perdere consensi e di farli perdere al suo partito?

«Vogliamo ragionare in piccolo? Pensare che parlando di questi temi possiamo perdere voti a Trieste alle prossime amministrative? Pensare che l'identità friulana viene meno? Facciamolo pure, ma a questo tavolo non mi siedo. Occorre un'analisi politica e culturale di prospettiva, anche rischiando di sbagliare. Dove c'è dibattito, c'è confronto e cresce una classe dirigente».

Perché, tra le tante questioni spinose d'attualità, ha aggiunto quella di un'università unica?

«Da presidente della commissione Paritetica sono chiamato ad affrontare i temi legati al federalismo fiscale e alle nuove funzioni che questa regione dovrà portarsi a casa. Funzioni che divido in due categorie. Vi sono quelle legate ai servizi, già indicate nel documento approvato dal Consiglio regionale come indirizzo alla Paritetica, come il demanio idrico, lo sportello sull'immigrazione, le competenze legate ai beni culturali».

Quali sono le altre funzioni che converrebbero al Friuli Venezia Giulia?

«Nell'individuarle articolo il pensiero guardando questa regione anche da Bruxelles: quali sono, mi chiedo, gli indici politico-culturali d'attrattività di questa regione nel contesto europeo? Per rilanciare la nostra specialità ne individuo due: sanità e sistema universitario».

In materia sanitaria l'autonomia c'è già: la Regione si accolla tutti gli oneri del servizio.

«Appunto, e da qui dobbiamo puntare ad una sanità transfrontaliera. In futuro possiamo giocarci la carta dell'altissima specialità sanitaria ed essere davvero un polo d'attrazione europeo. Questo è il principio. Poi, è ovvio, dovranno essere disciplinati rapporti e aspetti finanziari».

Quanto all'università?

«Poiché la competitività oggi si gioca sulla ricerca, la formazione e sull'identità di un territorio, premessa l'analisi dei conti che spetta alla Regione, nella logica federalista dovremmo portarci a casa l'autonomia delle due università, come ha fatto il Trentino, seppure in un modello diverso».

Perché da questa autonomia dovrebbe discendere un solo ateneo?

«Non ho mai parlato di fusione. In prospettiva, però, non credo nella possibilità che nascano quattro università. Il mercato chiede sempre più ricerca, formazione, selezioni graffianti a costi minori».

Quindi?

«Se guardo ad un Friuli Venezia Giulia competitivo a livello europeo, vedo una università (con modi, tempi e procedure da studiare), che ha come missione culturale un'identità unica, oltre Trieste e Udine. Che guarda all'Europa e che diventa polo d'attrazione di investimenti per la ricerca, piuttosto che candidarsi alla conservazione dell'equilibrio dei poteri tra una zona e l'altra. Posizioni di divisione sono di retroguardia concettuale, il più delle volte corporative».

Come se la immagina questa università unica?

«Un'università che nel tempo unisce energie e progetto strategico non ha bisogno di unire gli immobili. Chiaro che Udine e Trieste non chiudono. L'aspetto organizzativo non spetta a me. E il problema primo non sono i costi. Il punto è pensare ai prossimi vent'anni con una forza più energica. Sono i tempi e la concorrenza a chiedercelo».

Le sue parole non placheranno l'alzata di scudi...

«Chi ritiene che stia dicendo cose senza capo né coda mi dica quali sono le funzioni di alto livello e lungo respiro che questa Regione deve cercare di ottenere».


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